Il valzer della povera gente - written by Lorcanari Zagliza
«Il valzer della povera gente» — il testo, letto da vicino Il brano comincia con una giornata che pesa, e la fa pesare con la ripetizione: «Tutto il giorno la terra rossa, / tutto il giorno il sole addosso». Le mani stanno nei filari «a contare per conto d'altri: / le cassette, i quintali, le ore» — il primo mestiere della povera gente, in questo testo, è la matematica degli altri. Poi il verso che apre la porta: «la sera si sporge dal muretto / e ci chiama per nome.» La sera è una vicina di casa: si affaccia dal muretto a secco e conosce i nomi. Da qui in avanti, tutto cambia padrone. Perché il tramonto, qui, è un fatto di gerarchia. «Il sole è un padrone puntuale: / comanda, comanda, e poi molla. / Al tramonto si arrende per primo — / noi invece teniamo il passo.» Il riscatto sta nella resistenza: il padrone stacca, loro durano di più. E il cambio di scena ha un segnale che chi vive tra gli ulivi riconosce al volo: «L'ulivo rigira le foglie, / mostra l'argento» — il rovescio argentato delle foglie al vento della sera, il sipario che si alza. Poi «arriva il vento dal mare / e accorda la sera»: il vento fa il lavoro del primo violino. La vestizione è una cerimonia di due immagini: l'acqua fresca nel catino che «si porta via la terra rossa», e «la camicia pulita della sera», promossa sul campo: «è la divisa dei signori.» Nobiltà per camicia: costa un bucato. E in piazza il testo consegna il suo verso più fisico: «c'è chi arriva ancora piegato / e si raddrizza al primo giro.» La schiena curvata dai filari, raddrizzata dal valzer — il riscatto reso anatomico, senza un aggettivo di troppo. Il ritornello contiene la tesi, ed è una tesi contabile: «tre passi che costano niente / e valgono la giornata. / Tutto il giorno contiamo per altri — / stasera contiamo per noi: / un, due, tre… / l'unico conto che torna.» Si pesi il doppio senso: il conto torna in aritmetica — tre passi, e si ricomincia — e torna in giustizia, perché è l'unica contabilità della giornata intestata a chi la esegue. Il valzer, per la povera gente, è l'unico lusso ad accesso libero e l'unica matematica di proprietà. La speranza parla la lingua del mestiere. «Di giorno seminiamo per la terra, / la sera seminiamo per noi: / da questi giri di piazza / sono nate le nostre case.» Le famiglie del paese quale raccolto dei valzer: la prova che quei giri producono futuro. E la parola che le canzoni consumano da sempre qui resta fuori, sostituita dall'unico vocabolario che questi personaggi possiedono davvero: «Chi stringe una mano stasera / sta piantando un domani.» Zero parole prese in prestito dalle canzoni; tutte prese in prestito dal lavoro. Il momento più alto è il bridge, e rovescia l'attesa: niente fuga dai campi. «Domani il sole torna padrone, / la terra riapre i suoi conti. / Però stanotte firmiamo noi» — la firma, per chi lavora a giornata, è il gesto del potere. E poi il contrabbando: «il valzer si porta nascosto — / domani, in mezzo ai filari, / la zappa andrà su tre tempi / e nessuno saprà perché.» Il riscatto è portatile: domani si torna sotto il sole con la festa cucita dentro, e l'attrezzo del padrone andrà, a sua insaputa, a tempo di valzer. Il congedo sigilla l'inversione in un aggettivo: «La povera gente va a dormire / ricca di una sera vinta.» Ricca — la parola del titolo capovolta al momento giusto. E il paese, «spegnendosi, / sorride: sa che torniamo.» Va detto anche ciò che il testo rifiuta, perché è una scelta: zero lamenti, zero compatimento, nessun «poverini». La povertà è una condizione della giornata; la sera è una vittoria di chi la balla. La dignità sta tutta nell'architettura dei versi, mai negli aggettivi. Stasera, quando vi capita di contare — uno, due, tre — fate caso a una cosa sola: per chi state contando. Se la risposta è «per noi», il valzer sta già suonando.

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