Il tango dell'uva (Chi ha pestato chi?) - written by Lorcanari Zagliza

«Il tango dell'uva (Chi ha pestato chi?)» — il testo, letto da vicino Il registro va dichiarato subito, perché è la chiave di tutto: questo è un tango recitato con la faccia seria del genere — archi drammatici, sguardo fisso — attorno a un'uva. Nessuno ride in scena, e per questo ride chi ascolta. Il corteggiamento dura una strofa e un'annata: «L'ho corteggiata un anno intero, / filare per filare: / l'ho difesa dalla grandine, / le ho fatto ombra a luglio.» È viticoltura vera, riletta da corteggiatore: ogni gesto di campagna diventa una premura. La signora ha nome e pedigree: «Lei si chiama negroamaro — / nera, amara: nome da tango.» Il vitigno di questa terra porta l'anima del genere scritta nell'etimologia — nera e amara, il ritratto di ogni protagonista di milonga — e il verso seguente completa la scheda: «tutto agosto ha maturato / il suo carattere.» Maturare fa doppio servizio: l'uva prende zuccheri, la signora prende posizioni. Settembre «manda l'invito», e la vendemmia viene promossa a serata da ballo con tanto di regolamento: «Scalzi, si entra scalzi: / è il regolamento del ballo.» Il piede nudo della pigiatura riletto quale dress code. E l'orchestra è il dettaglio comico più fine del brano: «Un'orchestra di moscerini / accorda il primo giro» — chiunque abbia vendemmiato sa che i musicisti, lì, ci sono davvero. Il ritornello consegna la scoperta su cui il brano si regge: «l'unico lavoro al mondo / che si fa ballando il tango» — la pigiatura, il solo mestiere che si esegue ballando. E chi ha ascoltato il valzer di questo stesso mondo sente chiudersi un cerchio: là il ballo si contrabbandava nei campi, la zappa su tre tempi; qui il testo trova il lavoro che è ballo per statuto. Poi, in coda al ritornello, il seme del rovesciamento: «Lei si arrende sotto i piedi — / o così credevo io.» Quel «credevo» è la crepa da cui entrerà tutta la seconda metà. Perché la resa è una strategia. «La davano per vinta — / stava solo studiando. / Fermentava la rivincita, / grado dopo grado.» Si gusti il gioco: i gradi sono quelli alcolici — la vendetta si misura in gradazione — e la botte diventa il ritiro in cui la campionessa prepara «il passo doppio / per le feste di dicembre». Il silenzio di ottobre era allenamento. Il rovesciamento arriva a Natale, in tavola, «vestita a festa». Due bicchieri, e il pigiatore si alza a ballare giurando la frase che lo condanna: «Mi ha invitato lei». Lei «rideva dal bicchiere: / adesso comando io.» Nel tango la domanda eterna è chi conduce: qui la risposta cambia proprietario a metà brano, e il duello si decide fuori dalla pista — in cantina. Il conteggio finale è impietoso e felice: «io l'ho pestata un giorno, / lei mi fa ballare dodici mesi.» Uno a dodici: la sconfitta più conveniente del canzoniere. E la domanda che chiude — «chi ha pestato chi?» — lavora su tre piani insieme: si pesta l'uva nel tino, si pestano i piedi in pista (ogni ballerino di sala conosce il verbo), e si pesta l'avversario nel duello. Tre significati, una domanda, zero risposte: «il tino aspetta a settembre: / la rivincita è fissata.» Il tango dell'uva è un abbonamento annuale, quale ogni vendemmia. Stasera, al primo bicchiere, fermatevi un attimo prima di bere e fatevi la domanda del titolo. Poi bevete pure: la risposta, di solito, arriva ballando — offerta dalla vincitrice.