"Er negozziante de spago" (G.G.Belli Sonetto 1831)

Sonetto del 1 Marzo 1831 G.G.Belli Ecco la spiegazione dettagliata e la parafrasi di questo sonetto di Giuseppe Gioachino Belli, intitolato "Er negoziante de spago" ("Il venditore di spago"), scritto il 1° marzo 1831. Il titolo è fortemente ironico e gergale: "fare i negozi di spago" o essere un "negoziante di spago" nel gergo romanesco dell'epoca indicava metaforicamente chi conduceva affari poco puliti, sotterfugi, o più in generale chi agiva per convenienza ed egoismo, stringendo i cordoni della borsa o tirando i fili di una trama ambigua. Nel contesto del sonetto, la definizione colpisce indirettamente la figura del Papa (all'epoca Gregorio XVI, eletto da appena un mese), descritto come un politico calcolatore e intimorito dagli eventi. Il contesto storico è fondamentale: nel febbraio-marzo del 1831 l'Italia centrale (Stato Pontificio compreso, in particolare le Legazioni delle Marche e della Romagna) era scossa dai moti rivoluzionari del 1831, che minacciavano la tenuta del potere temporale del Papa. Parafrasi e Traduzione del Testo Uomo: Certi giorni al Papa torna utile (je viè a ttajjo) celebrare questa o quella funzione religiosa. In questi tempi di abissi (crisi profonde) e ribellione che lo costringono a nascondersi (annisconne) e a rodersi il fegato dalla rabbia (mmaggnà ll’ajjo, letteralmente "mangiare l'aglio")... Non appena gli portano la notizia (er ragguajjo) che Roma è tranquilla e mostra timore/rispetto per i cannoni [ovvero che l'ordine pubblico è mantenuto con la forza]... Lui allora va, si veste di tutto punto con gli abiti solenni (sse mette in chicchera) e dispone le cose necessarie per il suo compito (ar zu’ travajjo, cioè la funzione sacra). Ma una volta che si è infilato la veste lunga, se gli ritorna in mente (si jj’aricacchia) qualche paura o pensiero di prima [la paura che la rivoluzione scoppi all'improvviso o un attentato], il "coraggioso" (er vappo, usato qui in senso fortemente sarcastico per dire "l'impavido") cerca subito il modo di far nascere un pretesto o una complicazione (fànnassce un fongo, letteralmente "far nascere un fungo/un intoppo"). Trovata la scusa (er protesto), allora si volta verso un Eminentissimo (un Cardinale) e gli dice: «Signor Cardinale mio, celebratela voi (fatela voi)». Significato e Analisi del Sonetto Questo componimento è una satira pungente che mira a smontare la sacralità della figura papale, mostrandone il lato più umano, fragile e, secondo la visione popolare espressa da Belli, opportunista e codardo. I temi principali sono: 1. La paura del potere di fronte alla rivoluzione Il sonetto si apre dipingendo il Papa non come una guida spirituale serena, ma come un sovrano terrorizzato dai moti rivoluzionari ("tempi d'abbissi e rribbejjone"). La reazione del pontefice alla crisi è descritta con espressioni popolaresche molto concrete: si nasconde e "mangia l'aglio", un'espressione romanesca che significa digerire a stento la rabbia, l'invidia o la paura, soffrendo in silenzio. 2. Il coraggio condizionato dalla forza dei cannoni Il Papa si decide a uscire allo scoperto e a mostrarsi in pubblico ("mettersi in chicchera", cioè elegantissimo, nei suoi paramenti sacri) solo quando riceve rassicurazioni ufficiali ("er ragguajjo") che il popolo romano è sottomesso ed è tenuto a bada dalla minaccia delle armi ("ha stima der cannone"). La devozione e il dovere religioso appaiono dunque subordinati alla sicurezza militare. 3. L'ironia sul finto "vappo" (guappo/coraggioso) Nelle terzine emerge l'azione comica e psicologica: anche dopo essersi vestito, basta un minimo ripensamento, un'improvvisa ricaduta nel panico ("si jj'aricacchia quarch'idea de prima"), che il Papa si trasforma ironicamente in un "vappo" (un gradasso). Per evitare il pericolo percepito, inventa dal nulla una scusa improvvisa ("fànnassce un fongo") e scarica l'incombenza della messa solenne sul primo Cardinale a portata di mano con un frettoloso e confidenziale: «Sor Cardinale mio, fatela voi». Belli, attraverso la voce del popolo, evidenzia il contrasto stridente tra la solennità esteriore delle cerimonie religiose e la debolezza politica e personale di chi si trova a gestire il potere temporale in un momento di totale declino storico dello Stato della Chiesa. ‪@mamic-V‬