"Er bon conzijjo" (G.G.Belli Sonetto n°283)

Sonetto del 27 Novembre 1831 Roma G.G.Belli In questo componimento, una voce del popolo (un amico o un conoscente) si rivolge a un giovane di nome Domenico (Menicuccio) per dargli un consiglio spassionato — e decisamente cinico — sul matrimonio. Parafrasi del testo Con questi quattro [quattrini] che hai al tuo comando (ovvero: con i pochissimi soldi che ti ritrovi in tasca), adesso vuoi pure prenderti un po' di moglie (vuoi pure sposarti)? E poi, cosa sarai tra qualche anno? Un pover'uomo carico di figli. Menicuccio, dai retta ai consigli: bada a quel che fai, pensa al malanno (a cui vai incontro). Donna! Chi dice donna dice danno: tu ti rovini con questi tuoi puntigli (con questa tua caparbietà). Se poi proprio cerchi una forca che ti impicchi (se proprio vuoi rovinarti sposandoti), non ti sposare questa pezzente brutta come uno scorfano; cerca almeno di trovarne una ricca. La ricca non ti vuole? Sceglila allora che sia bella: perché quando a Roma una mogliettina spicca (per la sua bellezza), moglie e marito vanno in carrettella (fanno la bella vita, girando in carrozza). Analisi e Significato dei versi 1. La dura realtà economica (Prima quartina) Il sonetto si apre bruscamente, in perfetto stile belliano, con il parlante che rimprovera Menicuccio. Il termine "cuattro" sta per quattro quattrini, cioè pochissimo denaro. L'amico mette il giovane davanti alla dura realtà: se sei già povero da solo, sposarsi significa condannarsi a una miseria ancora più nera, moltiplicata dall'arrivo inevitabile dei figli. 2. La diffidenza popolare verso il matrimonio (Seconda quartina) Qui emerge la saggezza popolare più tradizionale e, per certi versi, misogina ("chi ddisce donna disce danno"). Il matrimonio non è visto come un coronamento d'amore, ma come un "malanno" o una trappola in cui il giovane sta cadendo per puro puntiglio o caparbietà testarda. 3. Il compromesso e il cinismo (Le due terzine) Nelle terzine il consigliere cambia strategia: dato che Menicuccio è testardo e si vuole sposare a tutti i costi ("si ppoi scerchi una forca che tt'impicca"), tanto vale farlo con furbizia. La prima opzione è l'interesse: se devi sposarti, fallo per soldi, non con una "guitta scorfanella" (una ragazza povera e brutta). La seconda opzione è l'astuzia (il finale satirico): se una ricca non ti vuole, allora sceglila bella. Perché? La spiegazione racchiude tutto il cinismo della Roma papalina dell'Ottocento. Una bella moglie a Roma attira le "attenzioni" (e i favori economici) di protettori facoltosi, prelati o signori. Grazie alla bellezza della moglie, anche il marito ne trarrà vantaggio, e la coppia potrà permettersi di girare in "carrettella", ostentando un benessere ottenuto chiudendo un occhio (o tutti e due) sull'infedeltà coniugale. Note linguistiche e di contesto Guittascorfanella: Parola composta da guitta (miserabile, pezzente) e scorfanella (brutta come uno scorfano). Ccàpela: Dal verbo capà, che in dialetto romanesco significa scegliere, selezionare. In carrettella: La carrettella era una carrozza leggera. Girare in carrettella era lo status symbol dell'epoca per la piccola borghesia o per chi voleva darsi arie di nobiltà. Conclusione Belli, attraverso la voce del popolano, fotografa con spietato realismo la sottomissione dei valori morali alle necessità materiali. L'amore non esiste: esistono la fame, la convenienza e il compromesso morale come uniche vie di sopravvivenza o di riscatto sociale nella Roma del suo tempo. ‪@mamic-V‬