"Er corpo de guardia scivico" (G.G.Belli Sonetto n°318)

Sonetto del 8 Gennaio 1832 Roma G.G.Belli Er capitan’abbate Debbiticci, che ssi mmette per dio mano ar palosso, è ssalame capasce de dà addosso a un squadron de carote e ppajjaricci. Spesso spesso ar quartiere se fa rrosso discenno lui che cce n’ha ppochi spicci, e che ssi ar ronneggià ffamo pasticci ce fotte a tutt’inzieme inner profosso. E sfodera oggnitanto la guainella pe ffà ffà l’esercizzie a la scappona a cquelli che nun stanno in zentinella. Il capitano-abate Debbiticci (un prete che fa il capitano della guardia), che se — per Dio! — mette mano alla spada (palosso), è un fessone (salame) capace di aggredire al massimo un battaglione di carote e di pagliericci (cioè sa fare la voce grossa solo con le verdure e con i materassi, è un vigliacco). Molto spesso, nella caserma (ar quartiere), diventa rosso dalla rabbia dicendo che lui ha poca pazienza (pochi spicci), e che se nel fare le ronde (ronneggià) combiniamo guai, ci sbatterà tutti quanti insieme dritti in prigione (inner profosso, il profondo/la fossa). E ogni tanto sfodera la spada (la guainella) per far fare l'addestramento militare alla carlona (a la scappona, in modo frettoloso e disordinato) a quelli che in quel momento non sono di vedetta. Poi, alle due di notte, tira fuori la corona per recitare il rosario, e ha il fegato (la coratella, il coraggio) di mandarci a dormire... con la padrona (la locandiera o, ironicamente, la propria perpetua/amante). Spiegazione e Analisi del Sonetto 1. Il contesto storico: la "Guardia Civica" Siamo nel 1832. Sotto lo Stato Pontificio, la Guardia Civica era un corpo di volontari cittadini istituito per mantenere l'ordine pubblico. Spesso però era formata da persone improvvisate, non addestrate e guidate da figure grottesche provenienti dal clero (da qui il titolo di capitan-abate). Belli demolisce l'autorità militare di questa milizia, mostrandone il lato ridicolo. 2. Chi è il Capitano Debbiticci? Il nome stesso è un gioco di parole parlante: "Debbiticci" evoca i debiti o i piccoli imbrogli. È il prototipo del comandante borioso ma vigliacco: Il "palosso" e le carote: Il palosso è il tipico coltellaccio o sciabola corta. Il capitano minaccia sempre di usarlo, ma il narratore lo definisce un salame (uno sciocco) che fa il bullo solo contro nemici inanimati: le carote (il cibo) e i pagliericci (i letti). La finta autorità: Diventa rosso, urla che ha "pochi spicci" (poca pazienza, pochi mezzi termini) e minaccia di sbattere i sottoposti nel profosso (il profondo, cioè le prigioni sotterranee o i fossati). 3. L'addestramento "a la scappona" Quando decide di fare il militare serio, obbliga i soldati a fare esercitazioni ridicole. L'espressione a la scappona indica un modo di fare disordinato, approssimativo, di chi corre qua e là senza una vera logica militare. È la parodia della disciplina. 4. L'ipocrisia finale (Le terzine conclusive) Il culmine del sonetto è lo smascheramento dell'ipocrisia clericale e morale del personaggio: Dopo aver urlato, minacciato e fatto il soldato spietato, alle due di notte l'abate si ricorda di essere un uomo di Chiesa: caccia fuori la corona e costringe tutti a dire il rosario. Subito dopo la preghiera, mostra la sua vera morale (tiè la coratella, ha la faccia tosta): manda i commilitoni a dormire con la "padrona". Questo termine può indicare una donna compiacente, la locandiera, o suggerire con una punta di malizia che il prete stesso conceda distrazioni poco caste ai suoi uomini, annullando tutta la severità mostrata di giorno. ‪@mamic-V‬