"Er giornajjere de Campovaccino" (G.G.Belli Sonetto n°322)

Sonetto del 9 Gennaio 1832 Roma G.G.Belli In questo componimento, Belli adotta il punto di vista di un popolano rozzo e ingenuo – un lavoratore giornaliero che abita o lavora a Campo Vaccino (l'antico nome del Foro Romano, all'epoca ridotto a pascolo e mercato di bestiame) – che descrive la sua esperienza come comparsa teatrale (da cui il titolo "giornaliero", inteso come chi fa lavoretti a giornata) in uno spettacolo di ballerini o marionette. Il contrasto comico e satirico nasce dal fatto che l'uomo non capisce assolutamente nulla della finzione teatrale, della trama o dei trucchi di scena, e descrive ciò che vede e fa con un linguaggio terra terra, basato solo sui propri sensi e sulla propria ignoranza. 1. Parafrasi letterale La sera a Tor di Nona (famoso teatro romano dell'epoca) faccio il soldato nello spettacolo di ballo della commedia, quel saltare di qua e di là (er zicch'ezzacche), dove dopo una tempesta (finta, sul palco) arriva Pilato accompagnato dalla musica che ha composto "Pigliavacche" (soprannome popolesco per un musicista dell'epoca). Il rumorista che fa l'effetto del vento (er zoffione) se ne sta nascosto dentro un marchingegno per soffiare in mezzo a tante quinte (pracche, storpiatura di "piazze" o indicazione delle paratie di legno); e c'è un grande lampadario coperto di fuliggine (intigamato, letteralmente "unto come un tegame") in mezzo a vetri che sembrano patacche (finti gioielli). Poi c'è un uomo che salta insieme a due donne nel cortile del Re, che è tutto pieno di colonne messi lì in gran fretta (la scenografia), e la gente dice che quest'uomo è un ermafrodito (manfrodito, storpiatura di ermafrodito, probabilmente riferito a un ballerino effeminato o che interpreta un ruolo ambiguo). Poi c'è un incendio finto che sembra riflettersi in un fiume. E se ne va via (il pubblico, o lo spettacolo) dopo che è finito tutto. 2. Analisi dei nodi chiave e dei termini romaneschi Il teatro di "Ttordinone" e il lavoro da comparsa Il teatro di Tor di Nona era uno dei più celebri teatri popolari di Roma. Il protagonista viene ingaggiato come comparsa generica per fare la parte del soldato. Per lui il balletto non è un'arte, ma un muoversi confuso che definisce "er zicch'ezzacche" (un continuo zigzagare). La sconsacrazione dei personaggi e della musica L'ottica del popolano dissacra tutto: Pilato: Un personaggio storico/religioso imponente viene ridotto a un tizio che entra in scena dopo un effetto speciale di tempesta. Pijjavacche: È il soprannome ridicolo con cui il protagonista chiama il compositore delle musiche (probabilmente il maestro di cappella o il direttore dell'orchestra del teatro), sminuendo l'opera intellettuale a un livello grottesco. I trucchi di scena visti "da dietro le quinte" Nella seconda quartina, il protagonista descrive la macchina del teatro con totale materialismo: Er zoffione drent'un zoffietto: Il rumorista che aziona il macchinario per simulare il soffio del vento, nascosto tra le quinte (pracche). Er lampanarone intigamato: Il grande lampadario centrale del teatro appare ai suoi occhi sporco e unto come una padella (intigamato da "tegame"), e i cristalli pendenti gli sembrano solo finti gioielli di poco valore (patacche). Il "manfrodito" e la scenografia Nelle terzine si descrive l'azione sul palco: A furia de colonne: La scenografia che rappresenta il palazzo reale è percepita come un ammasso caotico di colonne posticce messe lì alla rinfusa. Manfrodito: Storpiatura della parola "ermafrodito". Il popolano sente i commenti del pubblico o degli altri attori su un ballerino dai modi aggraziati ed effeminati (tipici della danza classica) e lo etichetta con questa storpiatura linguistica, mostrando lo stupore e il pregiudizio del popolano del tempo davanti alle movenze del balletto. L'effetto speciale finale Il sonetto si chiude con la meraviglia per un effetto speciale tipico del teatro ottocentesco: un finto incendio sul palco con luci che simulano il riflesso del fuoco sull'acqua di un fiume dipinto. Il finale è sbrigativo e comico nella sua ovvietà: appena finisce la finzione, tutti tornano a casa (Esse va vvia doppo finito). 3. Il significato dell'opera Questo sonetto è un capolavoro di realismo riflesso. Belli non descrive il teatro per come è, ma per come viene filtrato dalla mente di un uomo del popolo che non ha gli strumenti culturali per comprenderlo. C'è una fortissima ironia antropologica: lo sfarzo, l'arte, la musica e la tecnologia scenica della Roma del 1832 vengono ridotti a elementi rozzi, sporchi e strambi. ‪@mamic-V‬