"Er gioco de la ruzzica" (G.G.Belli Sonetto n°201)
Sonetto del 10 Ottobre 1831 in legno da Civitacastellana a Monterosi G.G.Belli Ecco l'analisi, la parafrasi e il commento del sonetto di Giuseppe Gioachino Belli, intitolato "Er gioco de la ruzzica" (scritto il 10 ottobre 1831 durante un viaggio in carrozza tra Civita Castellana e Monterosi). In questo componimento Belli ci offre uno spaccato di vita quotidiana descrivendo un popolarissimo e antichissimo passatempo delle campagne romane: il gioco della ruzzola (o ruzzica). Il gioco consisteva nel lanciare un pesante disco di legno (o a volte una forma di formaggio stagionato) avvolto in una corda, cercando di farlo rotolare il più lontano possibile lungo sentieri e prati. Qui il narratore prende di mira un giocatore decisamente poco atletico. Il Testo e la Parafrasi Testo Originale (Dialetto Romanesco) Parafrasi in Italiano Corrente Prima Quartina Sta cacca de fà a rruzzica, Dodato, Questo vizio da niente (st'idea schifosa) di giocare a ruzzola, Donato, co la smaniaccia d’abbuscà ll’evviva, con la smania ossessiva di prenderti gli applausi (gli evviva) della folla, nun è ggiro pe tté, cche nun hai fiato non è una cosa adatta a te, che non hai abbastanza fiato de strillà mmanco peperoni e oliva. nemmeno per fare il venditore ambulante di peperoni e olive. Seconda Quartina Come sce pôi giucà, tisico nato, Come pretendi di giocarci, tu che sei un tisico nato (un malaticcio), senza dajje ’na cáccola d’abbriva? se non riesci a dare al disco nemmeno un briciolo (una caccola) di slancio (abbriva)? Nun vedi la tu’ ruzzica sur prato Non lo vedi che il tuo disco sul prato c’appena ar fin de ’na scorreggia arriva? arriva appena alla distanza di un sospiro/peto (arriva cortissimo)? Prima Terzina Co ddu’ pormonettacci de canario, Con quei due polmonacci ridicoli da canarino, d’indove mo mmò er zangue te se sbuzzica, da cui da un momento all'altro ti potrebbe sprizzare fuori il sangue (per lo sforzo), tu protenni de prennete sto svario? tu pretendi di concederti questo svago/divertimento? Seconda Terzina Stattene in pasce: ggnisuno te stuzzica; Stattene in pace: nessuno ti sta provocando; si ppoi vôi vince tu, va’ a Montemario, se poi vuoi vincere a tutti i costi, vai in cima a Monte Mario, pijja la scurza e bbutta ggiú la ruzzica. prendi la rincorsa (o la discesa) e butta il disco giù per il dirupo. Spiegazione e Analisi dei Temi 1. Il gioco della ruzzica come prova di forza Il gioco della ruzzola era una vera e propria esibizione di vigore fisico e virilità popolare. Richiedeva braccia forti, polmoni capienti e un grande slancio iniziale (abbriva). Donato (Dodato), l'interlocutore del sonetto, possiede l'esatto contrario di queste caratteristiche: è descritto come un uomo gracile, "tisico", privo di forze e consumato dalla fatica. 2. L'ironia spietata e l'iperbole belliana Belli usa immagini violentemente iperboliche e anatomiche per umiliare il povero Donato e smontare la sua ambizione di gloria ("l'abbuscà ll'evviva"): Ci dice che non ha fiato nemmeno per fare l'ambulante di strada ("strillà mmanco peperoni e oliva"), mestiere che a Roma richiedeva corde vocali d'acciaio. Paragona i suoi polmoni a quelli minuscoli e fragili di un canarino ("pormonettacci de canario"), suggerendo che lo sforzo del lancio potrebbe provocargli un'emorragia mortale ("er zangue te se sbuzzica"). Con una metafora tipicamente scurrile e popolaresca, misura la distanza ridicola coperta dai lanci di Donato: la sua ruzzica si ferma quasi subito ("ar fin de 'na scorreggia arriva"). 3. La satira del "voglio ma non posso" Il nucleo profondo del sonetto è lo sberleffo verso chi tenta di fare qualcosa che va oltre le proprie reali capacità, mosso solo dall'orgoglio e dalla vanità. Il narratore esorta Donato ad accettare i propri limiti storici e fisici e a starsene calmo ("Stattene in pasce"), perché nessuno lo costringe a fare quella figura ridicola. 4. La beffa finale: l'aiuto della gravità Nella terzina di chiusura c'è la classica soluzione paradossale e comica dello spirito romano. Visto che con le sue sole braccia Donato non riuscirà mai a far rotolare il disco lontano, il narratore gli suggerisce una scappatoia: andare sulla vetta di Monte Mario (una delle colline più alte e ripide di Roma) e lanciare la ruzzola da lì. Solo sfruttando la forza di gravità e l'altissima discesa, un debole come lui potrà sperare di vedere il proprio disco fare un lungo tragitto e, finalmente, "vincere". @mamic-V

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