Il fuggiasco di Ercolano: Archeologia dei resti umani negli ultimi ritrovamenti
Certamente ritrovare lo scheletro di un abitante di Ercolano, ucciso dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. non è di per sorprendente. Ma l’archeologia dei resti umani, nel XXI secolo, applicata a un contesto eccezionale come quello vesuviano, può comunque raggiungere risultati archeologicamente notevoli. A questo si aggiunga la carica emotiva che comunque si genera in un pubblico molto più ampio degli specialisti: è il momento della vita che incontra la morte, così visibile a Pompei ed Ercolano. Il Parco Archeologico di Ercolano ci spiega che lo scheletro in questione è quello di un uomo in fuga, caduto all’esterno dei fornici che danno verso la spiaggia. E che, ovviamente, rispetto a quelli ritrovati nei secoli passati, in questo caso si sono potuti dispiegare tutte le metodologie di indagine sviluppate negli ultimi decenni, e in grado di generare una mole di informazioni preziosissime. Il progetto è stato possibile attraverso fondi del Ministero della cultura, MiC oltre che dalla solita benemerita potenza di fuoco messa in campo dal Packard Humanities Institute, benefattore a lungo termine degli scavi di Ercolano Ecco cosa scrive l’antropologo Pier Paolo Petrone La vittima è un uomo di circa 40/45 anni. La vittima rinvenuta sull’antica spiaggia della città è quindi un maschio adulto dalla corporatura robusta. Data la posizione del corpo, sospeso nel deposito di cenere vulcanica, l’uomo doveva essere in piedi al sopraggiungere del primo flusso piroclastico. Rivolto verso la città, di certo vide arrivare l’enorme nuvola di cenere e gas bollenti, un attimo prima di essere ucciso all’istante e abbattuto dall’ondata di calore che scendeva dal vulcano a centinaia di chilometri l’ora. Il cranio e le ossa della vittima sono fortemente annerite e recano numerose fratture indotte dal calore. L’analisi antropologica dello scheletro, al pari delle caratteristiche del contesto archeologico e vulcanologico, stanno fornendo informazioni cruciali per ricostruire gli ultimi istanti di vita e della morte di questo antico ercolanese e, più in generale, il quadro d’insieme di ciò che accadde in quel fatidico giorno del 79 d.C. la vittima subì lo stesso destino delle altre 330 già ritrovate negli anni addietro. Le altissime temperature del flusso che lo investì provocarono l’evaporazione immediata dei tessuti e lo scheletro fu imprigionato nella massa di cenere, gas e detriti trascinati. Sull'antica spiaggia – quella scoperta negli anni ’80 da Giuseppe Maggi - oltre allo scheletro sono stati ritrovati in questi mesi moltissimi reperti di legno trascinati dal flusso piroclastico. Arbusti, radici di alberi ad alto fusto, grandi travi, frammenti di cornici e pannelli appartenenti probabilmente a controsoffitti e alle coperture degli edifici, oltre ad assi di legno, puntoni e altri elementi forse di barche. Tutto questo rende gli scavi di Ercolano unici al mondo. Il direttore del Parco Archeologico Sirano: “Empatia è il termine che esprime il sentimento provato nel momento in cui ho visto il ritrovamento; poter associare con certezza un oggetto personale alla vittima che lo stringeva letteralmente su di sè, trasmette a pieno il senso di umanità che ancora si respira ad Ercolano e lo studio di un contesto indisturbato ci condurrà verso una serie di approfondimenti che racconteranno tanto del passato di questa città In anni recenti Ercolano ha restituito elementi cultura materiale umili, come i 700 e più contenitori con sedimenti dal collettore fognario della Palestra, ma in grado di illuminare aspetti inediti della vita quotidiana: dagli scarti delle cucine alla dieta e alle prelibatezze amate dagli antichi ercolanesi e persino offrono informazioni sulle infezioni che affliggevano gli abitanti del caseggiato”.

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