"IL POTERE" DI AUGUSTO TRETTI (1971) HD UK SUBS

MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA 1972 Il capolavoro di Augusto Tretti, una messa alla berlina del potere che non lascia scampo, e che viene condotta da uno spirito cinematografico privo di qualsiasi confine. Il film descrive in maniera surreale le dinamiche dell’acquisizione del potere nelle varie epoche storiche, dalla preistoria al consumismo dell’Italia contemporanea, passando per l’Impero romano, la conquista del West a spese dei nativi indiani, il ventennio fascista. Le varie scene sono commentate da tre belve, un leone, una tigre e un leopardo, rappresentanti rispettivamente il potere militare, il potere economico, e il potere agrario. Quanti registi, per niente “intessuti” nel sistema, hanno dovuto rincorrere i produttori, implorare pochi spiccioli per portare a termine i propri film, dormito con le bobine dell’incompiuto sotto il letto, in attesa di tempi migliori? Troppi, senza dubbio troppi. La storia del cinema italiano – ma di ogni cinematografia – è piena zeppa di autori che, senza santi in paradiso e protettori nelle aule del potere, hanno dovuto sudare e lottare per potersi permettere quella che i più sintetizzano con il termine “carriera”. Abituato a girare con pochissimi elementi a disposizione, e a barcamenarsi con budget che la gran parte dei suoi colleghi vedrebbe utile al più per un cortometraggio, Tretti dimostra una volta per tutte la differenza tra amatorialità e teoria dello sguardo. Non c’è un solo elemento, nella sarabanda metaforica de Il potere, che possa essere guardato con la benevolenza che si concede, dall’alto di una supposta postura intellettuale, agli “ingenui”. Nello scambiare la professionalità con l’arte, Tretti è stato ridotto per molti anni a scherzo anche ben riuscito ma pur sempre relegato in un angolo. Uno sberleffo contro il cinema “istituzionale”. La sua, invece è stata una sfida ben più alta, e difficile da ripetere. Tretti non ha cercato vie alternative alla prassi, ha negato con forza la prassi, l’ha abiurata, l’ha volutamente vilipesa. Nel suo rigore, nella forza logica della sua messa in scena, non c’è nulla di improvvisato, o di casuale. Appare difficile trattenere le risate di fronte a Il potere, grazie al surrealismo e all’estro patafisico di una scienza esatta: la scienza umana. Era già così ne La legge della tromba e sarà così anche in Alcool e Mediatori e carrozze. E sarebbe ingiusto trattenerle quelle risate, perché Tretti ha saputo cogliere l’essenza del potere, la sua sgualcita e ridicola posa, la sua grossolanità inevitabile. Anche i meccanismi del cinema, i trucchi e i generi, sono utensili nelle mani di Tretti, che li utilizza senza lasciare che a prendere il sopravvento sia un rigurgito citazionista, o un innamoramento dell’occhio. Lo sguardo di Tretti è l’unico, ma non per questo meno dialettico. Tretti, con una scelta non molto condivisa dall’eletta schiera dei suoi colleghi, assolutizza per negare l’assoluto, utilizza il mito (il volto di Mussolini) per smitizzarlo e mostrarne il vuoto che lo domina. Un anno prima di morire, nel novembre del 1971, Ennio Flaiano affermerà con acutezza come Tretti non sia un personaggio isolato, ma piuttosto da isolare. Come accaduto per altri registi inadatti al sistema, allergici ai salotti e alle terrazze, anche Tretti verrà riposto in un angolino, pronto all’elogio pubblico quanto al boicottaggio sistematico privato. Il suo è un cinema scomodo, ma non per il pubblico, ed è ora di affermare una verità troppo spesso taciuta: Tretti va visto, non discusso e analizzato. I suoi film non hanno bisogno di presentazioni o spiegazioni, perché possiedono un aspetto del popolare che troppo spesso viene trattato con disprezzo: la chiarezza. L’eloquio dei suoi film è nitido, impossibile da confondere o fraintendere. Estatto da Quinlan.it