Bufere (1953) di Guido Brignone

Bufere (1953) è un film diretto da Guido Brignone Come al solito consulto il mio fido NVOVISSIMO MELZI per comprendere le ragioni del film: bufera, s.f Vento impetuoso, accompagnato da acqua, grandine o neve. Scorrendo in basso, cosa che un tempo si faceva dato che i link non esistevano mi imbatto in buffet, anche buffè, s.m. franc. Trattoria presso le stazioni ferr., bene penso, tutto ciò non mi servirà a nulla nell'introduzione se non che Jean Gabin è francese e sicuramente avrà mangiato qualche volta in una trattoria in stazione pardon in un buffet e quindi: nel vorticoso mondo del cinema popolare degli anni cinquanta, il gioco delle coproduzioni portava molti attori francesi in Italia, penso a Fernandel nella serie di Don Peppone oppure a Gaby Morlay in "Prima comunione" di Blasetti. Fu così che un bel giorno arrivò anche Jean Gabin per immergersi, recitativamente parlando, nel nostro melodramma: madrina d'onore Silvana Pampanini. Ora storia più farraginosa di questa gli sceneggiatori non potevano partorire, lei trapezista badate bene non in un circo ma in un teatro, lui chirurgo di fama sposato con una donna molto più giovane ma devotissima al consorte e poi un sinistro per non dire luciferino Serge Reggiani che prima si sfracella dal trapezio, poi per tutto il film si aggira truce con un busto ortopedico fino al mento proferendo le più terribili minacce verso tutti. Ma come sempre in questi film voglio soffermarmi sulla protagonista Silvana Pampanini. Ora nel cinema melodrammatico di quegli anni o neorealismo di appendice che dir si voglia la figura della dark lady è pressochè inesistente, la donna al limite poteva essere tentatrice, seducente o ammaliante ma raramente desiderare la morte altrui. Qui invece Silvana con una perfidia quasi diabolica tenterà di sbarazzarsi del suo partner di svolazzamenti ritardando il rilancio del trapezio, il buon Serge si schianterà al suolo ma verrà salvato da un chirurgo di fama tutto di un pezzo che in verità i pezzi li perderà piano piano fino ad innamorarsi perdutamente della maliarda. Ma in un finale sbalorditivo e drammatico sarà la bizzoca moglie di lui a salvare capra e cavoli del matrimonio sfracellandosi con la macchina in uno strapiombo senza domani. Il fato seppur cinico e baro rimetterà a posto le cose, la trapezista passerà a miglior vita mentre l'ex stimato chirurgo tornerà ad essere stimatissimo salvando la moglie in sala operatoria. Silvana prorompe in ogni scena come una virago assetata di vendetta, insidia l'onorato dottor Sanna sin dall'inizio quando ha appena operato Sergio, subisce gli schiaffi di quest'ultimo con proverbiale rassegnazione, dopo la prima separazione si ripresenta vestita da educanda durante una lezione del quotato professore; li ritroveremo nella sequenza successiva a letto. "Daisy è un veleno al quale ci si abitua, ma per te sarà sempre un dolce veleno" dirà Silvana al suo amante, ah già perchè nonostante l'italianissima storia la Pampanini si chiama Daisy, esotismo casareccio oggi non più possibile data la poca dimestichezza con l'inglese che avevamo allora (chi poteva mai immaginare che Daisy significasse Margherita, mica tutti avevano un vocabolario di inglese in casa) D'altronde le più famose dark ladies degli anni '40 hanno nomi ben più corposi e così Barbara Stanwyck è Phyllis ne "La fiamma del peccato" di Billy Wilder del 1944 e Gene Tierney sarà Laura in "Vertigine" di Otto Preminger sempre del 1944, di Daisy come vedete nemmeno l'ombra. Tra le asincronie del film da un lato la castigatezza del vestito da trapezista-folletto che mortifica le gambe di Silvana con una calzamaglia pesante ed una cuffia di raso che le nasconde i capelli ma non le prorompenti forme, dall'altro la scena in cui Silvana si infila una calza nera e gioca con l'altra mentre Serge Reggiani, doppiato splendidamente da Stefano Sibaldi, la interroga sulle peggiori nefandezze del suo passato di cui poco sappiamo se non che si è concessa sembra ad un equilibrista giapponese nonchè a un negro suonatore di jazz, evidentemente nell'Italia degli anni '50 mestieri molto poco rispettabili. Soltanto tre anni dopo alla Lollo tutto ciò non sarebbe successo e in "Trapezio" di Carol Reed sfodererà accattivanti mise tutte paiettate volteggiando sotto il tendone di un circo seminuda. Tra le curiosità del film c'è quella di Jean Gabin a sua volta trapezista nel film "I tre diavoli" del 1935 e quella di una quattordicenne Maria Pia Di Meo che doppia Enrico Olivieri che interpreta Mario il figlio del chirurgo (era già accaduto l'anno prima in "Menzogna" di Ubaldo Maria del Colle) Ad una prima visione irritante la recitazione di Carla Del Poggio nella parte della moglie-geisha di Jean Gabin, rivedendo il film ne ho apprezzato la bravura pur nella sua rigidità fatta di tailleur e acconciature rassicuranti fino al concitato finale dove colta da un accesso di pazzia si lancia in una insensata corsa in auto che termina in un dirupo. [continua nel primo commento]

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