SIRĀT (2025) - Ho Smesso Di Respirare Per Due Ore - Diario '26 - VIII

Oliver Laxe ci porta nel deserto del Marocco. Un padre cerca la figlia scomparsa a un rave. Un rave. Nel deserto. E già qui capisci: siamo dentro un purgatorio fatto di sabbia, techno a palla, corpi che ballano sull'orlo dell'abisso. Ora. Super 16mm. Mauro Herce alla fotografia. Grana, calore, materia. Quell'analogico che ti senti addosso, che respira con te. Dune che inghiottono speaker enormi, corpi tatuati e bruciati dal sole in trance. Kangding Ray alla colonna sonora techno che ti spacca lo sterno, bassi come terremoti. "L'immagine è suono", dice Laxe. E mamma mia se è vero. Mad Max Zero, l'apocalisse prima dell'apocalisse. Zabriskie Point che incontra Tarkovskij. Stalker nel Sahara. Appena pensi di averlo capito ti arriva un cazzotto così forte che non respiri. A metà film succede qualcosa. Non lo dico. Ma è come essere colpiti alla gola ed è improvviso, violento, irrevocabile. Da lì cambia tutto: visione mistica, rito di passaggio, discesa agli inferi. Il ponte tra paradiso e inferno. Più sottile di un capello, più affilato di una spada. Vulnerabilità cosmica. "Sirât": il sentiero. La via. Il Tao. Viaggio dell'eroe spogliato di tutto, che deve guardare dentro. E noi con lui, mentre la sabbia copre ogni cosa e la musica pulsa come un cuore che non vuole fermarsi. È la fine del mondo, ma continua a ballare.