Le fabbriche fatali della MS: l'acquisizione che ha distrutto l'impero del tabacco italiano
Le fabbriche fatali della MS: l'acquisizione che ha distrutto l'impero del tabacco italiano Nel cuore dell'Italia industriale, dalle pianure venete alle coste pugliesi, sorgevano le Manifatture Tabacchi: colossi produttivi che davano lavoro a migliaia di operai e, soprattutto, a generose schiere di sigaraie. Le sigarette MS — Monopolio di Stato — non erano soltanto un prodotto: erano un rito collettivo, il tabacco dei poveri e dei potenti, forte, economico, onnipresente. Ogni operaio degli anni Settanta e Ottanta ne aveva una in bocca, ogni bar ne aveva un pacchetto sul bancone, ogni tasca di tuta ne custodiva qualcuna sgualcita. L'Ente Tabacchi Italiani non era una semplice azienda pubblica — era l'anima industriale di intere comunità, un sistema che si autoalimentava da secoli, radicato nel tessuto sociale della nazione quanto il vino e il calcio. Ma gli imperi, anche quelli costruiti su sigarette economiche e tradizioni centenarie, possono essere smontati con un tratto di penna. Nel 2003, lo Stato italiano privatizzò l'ETI, cedendolo al colosso britannico BAT — British American Tobacco — con solenni promesse di continuità produttiva e tutela occupazionale. Quelle promesse si rivelarono fumo, nel senso più amaro del termine. Una dopo l'altra, le storiche manifatture vennero chiuse: Rovereto, Lecce, stabilimenti altamente produttivi con decenni di storia e competenze accumulate, sacrificati sull'altare della delocalizzazione verso l'Europa orientale, dove il costo del lavoro era più basso e la memoria collettiva non pesava sul bilancio. Questa è la storia di come un patrimonio industriale italiano — costruito nel corso di generazioni, sostenuto dalla fedeltà di milioni di consumatori e dal lavoro silenzioso di decine di migliaia di persone — venne venduto, svuotato e abbandonato. È la storia di una comunità tradita due volte: prima dallo Stato che l'aveva dimenticata, poi da una multinazionale straniera che aveva fatto della promessa uno strumento di conquista. E quello che rimane oggi, tra i capannoni silenziosi e le pensioni anticipate strappate con le unghie, dice tutto su cosa accade quando un Paese smette di credere nel proprio lavoro.

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