III Canto del Servo di Javhè
Mi ritrovo sul colle del Calvario, qualche momento dopo la morte di Gesù, inconsapevole della folla. E' come se fossi solo, gli occhi fissi sul corpo privo di vita, sconfitto in croce... Osservo i pensieri e i sentimenti che nascono in me mentre guardo. Vedo il Crocifisso spogliato di tutto: privato della sua dignità, nudo davanti ad amici e nemici. Privato della sua reputazione. La mia mente ripercorre scene e tempi in cui si parlava bene di lui. Spogliato dal successo. Ricordo gli anni esaltanti in cui i miracoli erano acclamati e sembrava che il regno dei cieli stesse per affermarsi. Spogliato della credibilità, non poteva scendere dalla croce. Non poteva salvare se stesso: doveva essere quindi un impostore. Privato del suo Dio, al quale pensava come a suo padre, che sperava lo avrebbe salvato nell'ora del bisogno. Lo vedo, infine, privato della vita, di quella esistenza qui sulla terra a cui lui, come noi, si aggrappava tenacemente riluttante ad abbandonarla. Mentre fisso quel corpo senza vita capisco a poco a poco di star guardando il simbolo della liberazione totale e suprema. Appunto perché inchiodato alla croce, Gesù diventa vivo e libero. La sua è una parabola di conquista, non di sconfitta. Suscita invidia, non commiserazione. Così ora contemplo la maestà dell'uomo che si è liberato da tutto ciò che ci rende schiavi, che distrugge la nostra felicità. Fissando quella libertà penso tristemente alla mia schiavitù. Sono schiavo dell'opinione pubblica. Penso ai momenti in cui mi sento sottoposto al controllo da ciò che la società dirà e penserà di me. Sono attratto dal successo. Vedo i momenti in cui rifuggo da sfide e rischi, perché odio sbagliare o fallire. Sono reso schiavo dalla necessità del conforto umano: quanto volte sono stato dipendente dall'approvazione e dall'accettazione dei miei amici, dal loro potere di alleviare la mia solitudine; mi vedo schiavo del possesso dei miei amici, attimo in cui ho perso la mia libertà. Penso al farmi schiavo di un mio tipo di Dio. Penso alle volte che cerco di usarlo per rendere sicura, tranquilla e indolore la mia vita. E anche alle volte che sono reso schiavo dalla paura di lui e dalla necessità di assicurarmi contro di lui con riti e superstizioni. Infine penso a come mi aggrappo alla vita, a quanto sono paralizzato da timori di ogni genere, incapace di assumere rischi per paura di perdere gli amici o la reputazione, il successo o la vita o Dio. E così fisso, pieno d'ammirazione, il Re, il Crocifisso che ha conquistato la sua liberazione finale nella sua passione, quando ha combattuto con i suoi attaccamenti, li ha abbandonati e vinti. (Don M. Pedron)

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