"Molto poco italiano", di Maurizio Campanelli (23-06-2026)

"Molto poco italiano", di Maurizio Campanelli (23-06-2026) Mi hanno detto: "Qua devi imparare come funziona." L'ho presa come una minaccia. Ho chiesto uno scontrino. Silenzio. Come quando a tavola nomini un parente finito in prigione. Il barista mi squadra. Sorride. Come si sorride ai bambini quando dicono che da grandi vogliono fare gli astronauti. Davanti al Comune uno mi prende sottobraccio: "Vieni con me." "Perché?" "Conosco uno." In questo Paese "conosco uno" è una chiave universale. Apre porte. Chiude concorsi. Piega regolamenti. A volte apre persino le coscienze. Io resto in fila. Mi guarda con pietà. Come si guarda uno che ha perso il libretto delle istruzioni della sopravvivenza. Molto poco italiano. Mi hanno definito così. Perché non cerco scorciatoie quando la strada è già lì. Molto poco italiano. Quasi un'anomalia. In un Paese dove il furbo è spesso più popolare della fantasia. C'è quello che urla: "Servono più controlli!" Dal SUV parcheggiato sulle strisce pedonali. C'è quello che invoca legalità con la stessa mano che firma favori per amici e parenti. C'è quello che odia la casta. La odia profondamente. Soprattutto perché non è riuscito a entrarci. C'è quello che parla di meritocrazia. Bellissima parola. La pronuncia lentamente. Come una poesia. Poi arriva il figlio. Poi arriva il nipote. Poi arriva il cognato. E improvvisamente vince sempre la famiglia. Che coincidenza. Molto poco italiano. Mi hanno definito così. Perché penso che la regola valga anche per chi è come me. Molto poco italiano. Quasi una malattia. Perché non considero il favore una forma avanzata di democrazia. Sul telefono scorrono facce sorridenti. Nastri tagliati. Mani strette. Promesse riciclate. Le riconosco. Le avevo già viste. Cambiano le date. Non cambiano le frasi. Nei commenti scrivo: "Tre anni fa sostenevate il contrario." Errore. Grave errore. Non per ciò che ho detto. Per averlo ricordato. La memoria è pericolosa. Costringe i fatti a presentarsi in tribunale. Meglio l'oblio. Meglio il tifo. Meglio scegliere una squadra e smettere di osservare la partita. Poi arriva lui. Sempre lui. L'eroe nazionale. Il santo protettore delle coscienze leggere. Scrive: "Sono tutti uguali." E riceve applausi. Perché se sono tutti uguali nessuno deve scegliere. Se sono tutti uguali nessuno deve capire. Se sono tutti uguali nessuno è responsabile. Neanche tu. Così torno a casa. Nessuna rivoluzione. Nessun gesto eroico. Nessun martirio civile. Ho pagato. Ho aspettato. Ho letto. Ho ricordato. Ho ammesso un errore. Ho chiamato le cose con il loro nome. Attività estremiste, a quanto pare. Perché qui il problema non è chi bara. I bari esistono ovunque. Il problema è l'ammirazione. La fascinazione. Quell'affetto quasi patriottico per la scorciatoia. Quella tenerezza culturale per il privilegio. Quell'idea antica che l'onestà sia ingenuità e la coerenza una forma di inesperienza. Per questo mi guardano strano. Per questo sorridono. Per questo scuotono la testa. Perché nel Paese che a parole pretende cittadini, chi si comporta da cittadino risulta ancora molto poco italiano. Molto poco italiano. Lo prendo come un complimento. Perché preferisco perdere un favore che perdere il discernimento. Molto poco italiano. Se questo è il giudizio. Ma se rispettare le regole è un difetto, allora il problema non sono io. [Outro]