Due Figli in Quattro Mesi: La storia di Pierre Cavini

"Il mio cuore oggi è perfetto. Perché con Dio, nel bene e nel male, siamo sempre bene." — Pier Cavini Pier nasce in Belgio nel 1953. Suo padre lavora dodici ore al giorno nelle miniere di carbone. Sua madre è cardiopatica, i medici le hanno detto che non avrebbe dovuto partorire. Lei ha risposto che confidava in Dio. Pier nasce due mesi prima del tempo, in incubatrice. Sua madre resta sette giorni in coma. Cresce così, come può. Mezzo alla strada — lo dice lui. Ballottato tra vicini e zie quando sua madre torna in ospedale. Una stanza per tre, la stufa di carbone, quattro ore di tram per andare in chiesa a Liegi anche con un metro di neve. Poi gli anni del benessere, della Mercedes a vent'anni, dell'allontanamento silenzioso dalla chiesa. Poi un raduno a Saarbrücken nel 1971 dove qualcosa si rompe. Poi un matrimonio tardivo a trentotto anni con Carmela, e sei anni di sterilità. Poi arriva la sera in cui un predicatore africano dice in chiesa: "Mi sento da parte del Signore di pregare per le sterili." Sei coppie si alzano. Sei coppie, nello spazio di una settimana, restano incinte. Tra loro Carmela. Ma c'è anche un'altra storia. Pier e Carmela, prima di sapere della gravidanza, avevano fatto domanda d'adozione. E nel pieno del settimo mese di Carmela, una telefonata da Mosca: "Abbiamo un bambino per voi. Dovete partire domani." Carmela non può volare. Pier parte da solo. Arriva a Tomsk, Siberia. Meno cinquanta gradi. Un orfanotrofio. Davanti a lui un bambino di cinque anni e mezzo che non parla né italiano né inglese né francese. Solo russo. Quella prima notte, in un appartamento di Tomsk, il bambino lo guarda e lo chiama papà. In ottantadue minuti, Pier racconta tutto. La conversione tardiva. Il pianto da solo in Siberia. "Eravamo io e Dio." Le due paternità nello stesso anno — l'adottivo e il naturale, a quattro mesi di distanza. Il giorno in cui, durante una partita di calcio al campeggio, gli si stacca il tendine d'Achille — e mentre duecento bambini pregano, il tendine si rimette da solo. Il primo tumore di Carmela. Il secondo. E ora il terzo. E l'eredità che vuole lasciare: una sola. "Sono invalido al 100%. Sedici pillole al giorno. Settantatré anni. Mia moglie attraversa il terzo tumore. E io dico al Signore: schiaffeggiami ogni giorno. Perché quando sono debole, sono forte."