Back stage La Manovella - Mario Righini racconta le origini della passione
Nel cuore della Motor Valley ha sede una delle collezioni private più importanti del Paese. È quella di Mario Righini, classe 1933, nato ad Argenta, in provincia di Ferrara, che vive circondato dalle sue auto nella magica atmosfera del castello di Panzano a Castelfranco Emilia. La sua è una collezione che conta esemplari davvero rimarchevoli, uno per tutti la mitica Auto Avio Costruzioni 815, prima Ferrari della storia, l’Alfa 8C 2300 ex Tazio Nuvolari, la Ferrari 275 GTB, la Chiribiri del 1912, la gialla Ferrari 500 Mondial, una strepitosa serie di Alfa 2500 6 cilindri, la Fiat 8V ex Gianni Agnelli, la Rolls Royce Phantom I 1929 appartenuta alla famiglia Rossi di Montelera e ancora Lamborghini 350 GT, Osca, Stanguellini, Cisitalia D46 e Daytona, Aurelia B24 convertibile e tante altre. Lui è uno dei più noti demolitori perché solo qui si possono trovare ricambi per le auto del 1910, 1920, 1930, 1940 e via così per tutto il Novecento. “Il mestiere”, racconta, “l’ho imparato da papà Giovanni che aveva iniziato a farlo nel 1939, un anno prima dell’entrata in guerra dell’Italia. Allora le auto e i camion venivano demoliti per legge per ricavarne metallo che poi veniva destinato alle fabbriche di armi e munizioni. Chi rifiutava, rischiava tre anni di galera per sabotaggio”. Così andò a finire all’italiana, con molti che nascosero le auto nelle cascine di campagna pur di non demolirle, aspettando tempi migliori. Ogni tanto, invece di fare a pezzi una macchina particolarmente interessante, Giovanni Righini, padre di Mario, pure lui grande appassionato, la metteva da parte, fornendo allo Stato, in cambio, un peso di materiale metallico equivalente. “I miei libri sono stati la vita, gli incontri, la gente. E sono ancora convinto che la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale si rimane tale e quale”. Righini trascorre gli anni dell’adolescenza nei Campi Arar, dove venivano venduti i residuati bellici americani rimasti in Italia, troppo costosi da rimpatriare. “Mi ricordo l’Italia che cercava di tirarsi su e noi che l’aiutavamo installando impianti a metano su decine di auto e camion e convertendo le berline da famiglia in mezzi da lavoro come trattori o carioche”. “Cinquanta, sessant’anni fa di un’auto si riciclava veramente tutto. Anche oggi non si butta via niente: acciaio, cristallo e plastiche vengono avviati ai consorzi di rigenerazione e riciclo per essere successivamente reimpiegati nei processi di produzione industriale, ma allora, quando si demoliva una macchina, era come in campagna quando si ammazzava il maiale”. Così le tappezzerie di molti modelli Lancia come Lambda, Artena e Astura erano una risorsa per tante famiglie perché le donne di casa riuscivano a ricavarne cappotti e vestiti in morbido panno Lenci. “Si svuotavano imbottiture, si scuoiavano le capote e se ne ricavava lana, ovatta, cotonina che madri e nonne trasformavano in materassi. Mi ricordo tanti amici orgogliosi del vestito della festa grigio, ricavato dagli interni Lancia” spiega il nostro testimone. Mario Righini fa parte dell’ormai ristretto novero dei pionieri italiani del collezionismo motoristico: è lui stesso, infatti, a considerarsi “collezionista da sempre”. Leggi il servizio completo sulla Manovella di febbraio https://drive.google.com/file/d/1gdCh...

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