Curzio Malaparte, scrittore della guerra e della libertà in un’Europa in declino
Tra le figure più discusse e, al contempo, affascinanti della cultura italiana del Novecento, un posto di rilievo spetta senza dubbio a Curzio Malaparte (pseudonimo di Kurt Erich Suckert, Prato, 9 giugno 1898 – Roma, 19 luglio 1957). Attento osservatore del suo tempo, seppe raccontare – in un costante intreccio tra realtà e finzione, tra reportage e invenzione letteraria – le profonde trasformazioni che attraversarono l’Italia e l’Europa dei primi anni Quaranta del ventesimo secolo. Interventista convinto, si arruolò, giovanissimo volontario, nella legione garibaldina delle Argonne della Prima guerra mondiale. Fascista nella prima parte della sua vita – firmò il “Manifesto degli intellettuali fascisti” –, durante la Seconda guerra mondiale si schierò dalla parte degli Alleati per poi orientarsi, nel secondo dopo-guerra, verso posizioni filo-comuniste. Curzio Malaparte rappresenta in modo esemplare la complessità e il dinamismo dell’intellettuale del Novecento, come testimonia la molteplicità delle sue attività, che lo vedono impegnato in qualità di: scrittore prolifico (tra le sue opere si ricordano innanzitutto Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti, 1921-1923; Sodoma e Gomorra, 1931; Fughe in Prigione, 1936; Sangue, 1937; Il sole è cieco, 1941-1947; Kaputt, 1944, La pelle, 1949, Maledetti toscani, 1956; Mamma marcia (postumo, 1959); saggista acuto (anche con Technique du coup d’état, 1931; Le bonhomme Lénine, 1932); corrispondente di guerra per il «Corriere della Sera» (Il Volga nasce in Europa, 1943); sceneggiatore e regista (Il Cristo proibito,1951); drammaturgo (Du côté de chez Proust, 1948; Das Kapital, 1949), infaticabile viaggiatore (fino anche in Russia e in Cina); giornalista e direttore di riviste e giornali («La conquista dello Stato», «La Stampa» di Torino), Il suo sguardo supera i confini ristretti di un’Italia in trasformazione, alla continua ricerca del senso della Storia di cui si abbevera: “barbaro” rivoluzionario, passa attraverso le dittature, i totalitarismi e il “sangue” della guerra da cui esce – e con lui tutta l’Europa, “mucchio di rottami” – devastato, alla ricerca di nuovi ideali per una nuova società, una nuova cultura, una nuova umanità tutta da re-inventare. Emblematica in tal senso è l’esperienza di «Prospettive» (1937-1952). La rivista, da lui fondata e diretta – nata come spazio di pensiero autonomo, in opposizione al provincialismo e al conformismo ideologico –, rispecchia lo spirito anti-conformista di Curzio Malaparte, un intellettuale difficilmente etichettabile, e che ha attraversato la cultura italiana del suo tempo tra contraddizioni e ambiguità, ma sempre mosso da uno spirito critico e una capacità analitica tipici di un uomo libero, proprio come è stato lui. Maria Pia De Paulis è professore ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università Sorbonne Nouvelle di Parigi. Dirige il laboratorio di ricerca LECEMO (Les Cultures de l'Europe Méditerranéenne Occidentale) ed è attualmente Presidente della Société des Italianistes de l’Enseignement Supérieur (SIES). La sua attività scientifica si concentra sulla Grande Guerra, sulla scrittura dei traumi storici del Novecento e sulla narrativa italiana contemporanea. Ha dedicato studi approfonditi ad autori quali Luigi Pirandello, Giovanni Papini, Eugenio Montale, Gesualdo Bufalino, Giorgio Bassani, Luce d’Eramo e Dario Fo. A Curzio Malaparte ha riservato particolare attenzione, pubblicando contributi critici rilevanti, tra cui: Curzio Malaparte. Il trauma infinito della Grande Guerra, Firenze, Franco Cesati Editore, 2019; La rivolta di Caporetto, il confino, l’Europa. Storia e scrittura in Curzio Malaparte, Firenze, Franco Cesati Editore, 2025. Dello stesso autore ha inoltre curato Cahier Malaparte, Paris, Éditions des Cahiers de l’Herne, 2018; Curzio Malaparte e la cultura europea. Cartografia dei palinsesti letterari, Firenze, Franco Cesati Editore, 2022.

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